Tutte le balle dell’OMS

L’Organizzazione Mondiale della Sanità è l’unica istituzione globalmente riconosciuta per il controllo della salute mondiale.
Ma, proprio nel momento in cui il suo arbitrio era necessario, l’Organizzazione ha miseramente fallito, innescando le reazioni tardive dei paesi occidentali.
Prima di dichiarare l’11 marzo scorso, con un ritardo spaventoso, la diffusione del Covid-19 a livello pandemico, l’OMS ha fornito informazioni confuse e spesso contraddittorie.
Ha, sin dal principio, aiutato la Cina, dove l’epidemia ha avuto inizio, ad occultare le informazioni.
A metà gennaio l’OMS ha comunicato, attraverso un tweet, che le autorità cinesi non avevano trovato prove certe sulla possibile trasmissione umana del virus, sconsigliando, quindi, al resto del mondo di intraprendere misure restrittive sui passeggeri in arrivo da Wuhan.
Ma non solo.
L’ OMS ha bollato come inutili tutte le procedure di controllo, applicate da Usa ed Europa agli arrivi dalla Cina, nel tentativo di dissuadere i Governi mondiali dall’applicare restrizioni sui viaggiatori in arrivo da quel paese.
Anche quando il 20 gennaio lo pneumologo cinese, Zhong Nanshan, ha confermato la trasmissione del virus da uomo a uomo, l’OMS ha cercato, ancora una volta, di minimizzare la pericolosità del Covid, dichiarando comunque improbabile il contagio dagli asintomatici.
Quando il 30 gennaio è stata, finalmente, costretta a definire l’epidemia come una minaccia globale, i viaggiatori in arrivo dalla Cina avevano ormai trasportato il Covid- 19 in mezzo mondo, facendo registrare i primi casi in Australia, Brasile, Francia e Germania.
Ma nemmeno questo ha impedito al direttore generale dell’OMS,
Tedros Adhanom Ghebreyesus, di criticare apertamente le nazioni che avevano deciso di chiudere le frontiere con la Cina.
La figura, a capo dell’organizzazione preposta al controllo della salute mondiale, nei decisivi momenti iniziali della diffusione del virus ha criticato tali decisioni, definendole come “dettate da paure ingiustificate che avrebbero solo aumentato il rischio di stigmatizzazioni nei confronti della popolazione cinese, senza un reale beneficio sulla salute pubblica”.
Difficile condannare, alla luce di questa gestione a dir poco fumosa dell’OMS, le scomposte reazioni dei Governi occidentali che, comprensibilmente, hanno commesso, a turno, i gravissimi errori di sottovalutazione che ci hanno portato sin qui.
Ma, purtroppo, la serie di messaggi ambigui e contraddittori diffusi dall’OMS continua.
Per niente imbarazzati dall’evidente incongruenza delle notizie divulgate finora -forse anche perché nessuno ha mai osato mettere nero su bianco la sequela di informazioni false-, i vertici dell’OMS adesso sostengono che le patenti d’immunita’, assegnate ai non positivi, siano inutili.
Dopo aver dichiarato per mesi che “Non ci sono prove che le mascherine proteggano le persone che non sono malate”, convincendo le Nazioni occidentali a non utilizzarle come strumento di prevenzione per settimane, adesso cercano di bocciare le patenti d’immunita’, l’unica misura in grado di far rialzare le fiaccate economie occidentali.
Nonostante i virologi asseriscano che le recidive segnalate in alcuni soggetti siano in realtà strascichi della malattia e non nuove manifestazioni e nonostante l’evidenza dei risultati incoraggianti ottenuti con terapie a base di plasma dei guariti, l’OMS si è affrettata a dichiarare come poco attendibile l’eventuale permesso a circolare per i cittadini che risultino negativi (per non aver contratto il virus o per averlo debellato) in seguito ai test sierologici.
Eppure sarebbe così semplice: test sierologici a tappeto, tracciamento dei positivi e chi risulta negativo può ricominciare a uscire.
Gli altri, sottoposti a rigidi controlli, dovrebbero continuare a rispettare le misure di contenimento.
Ripartirebbe l’economia e in breve si tornerebbe alla normalità, mantenendo al minimo le restrizioni di contenimento.
Si potrebbero allentare alcuni dei provvedimenti presi per limitare i contagi, si potrebbe ritornare a produrre, viaggiare e consumare, semplicemente dimostrando l’assenza di virus nell’organismo, ma all’OMS questo non piace.
Almeno in Occidente, perché in Cina, ça va sans dire, l’applicazione che regola il diritto a uscire e a lavorare è già prassi.
Se vuoi prendere i mezzi di trasporto o semplicemente muoverti liberamente devi avvicinare il cellulare al codice QR. Se compare la luce verde non hai restrizioni, se la luce è arancio (perché magari sei involontariamente entrato in remoto contatto con un positivo) te ne stai a casa per una settimana, se la luce è rossa (perché il contatto con un positivo è inequivocabile) ti spettano due settimane di quarantena.

L’app non è obbligatoria, ma se non ce l’hai non puoi nemmeno entrare nel tuo condominio.
Noi qui, invece, ancora occupati a dividerci tra sostenitori e detrattori dell’applicazione Immuni, immersi nel nostro confortante brodo primordiale a base di fandonie sparate dall’OMS, dall’ISS e dal Governo, andiamo senza pietà verso l’annullamento dei diritti e dei privilegi democratici fin qui conquistati.
Illudendoci che dal 4 maggio basterà lavarsi le mani per evitare l’arrivo della potentissima seconda ondata e che a salvarci basterà il solito “Bella ciao”.

La Passione italiana

Siamo in piena epidemia e i numeri non accennano a scendere.
Anzi, a Milano raddoppiano e a Roma, ben lontana dai focolai del Nord, aumentano.
Ma il messaggio a reti unificate che ci arriva è che la situazione sta migliorando e che i numeri sono in calo.
In pratica state tranquilli che è tutto sotto controllo. Come dichiarato con fermezza a febbraio, ripetuto con convinzione a marzo e ribadito con calma serafica dal Presidente della Repubblica ieri.
Certo.
Peccato che, nonostante la deplorevole scelta mediatica di relegare la conta delle vittime nella parte finale del bollettino serale, i numeri siano inequivocabili: quasi Ventimila morti in meno di due mesi.
20.000.


Annunciati ogni sera alla fine, come se fossero trascurabili, nel patetico tentativo di rassicurare il popolino con i numeri dei guariti.
Ogni cazzo di giorno questa pantomima disgustosa che snocciola dati inutili e propagandistici con il solo fine di tranquillizzare la popolazione disorientata.

Sempre circa 600 al giorno, mentre tutto il paese è in quarantena totale da una quarantina di giorni, circa.
Che non è uno sciogli lingua, ma una triste realtà.
Da più di un mese, infatti, la maggioranza degli italiani segue diligentemente le regole del lockdown e chi deve uscire per fare la spesa, in un’atmosfera che nemmeno nel primo Madmax, rispetta tutte le norme del distanziamento sociale.


Abbiamo indossato le introvabili mascherine prima che ce lo consigliassero e abbiamo iniziato a disinfettare le cose che acquistiamo prima che ce lo suggerissero.
Abbiamo rinunciato a vedere i nostri genitori per preservarli e abbiamo iniziato a lasciare le scarpe sui pianerottoli.
Abbiamo fatto bene il compitino, andando spesso oltre le indicazioni suggerite, con uno spirito civico che, a parte poche eccezioni, farebbe invidia ai finlandesi.


E nonostante questo, i numeri non scendono come ci saremmo aspettati.
Ogni giorno ci viene detto che il picco è passato, che siamo nel plateau e che presto arriverà la tanto agognata discesa.
Ma la discesa non arriva mai.
A Bergamo le ambulanze continuano ad essere l’unico inquietante rumore ad abitare la città e le pompe funebri l’ultimo straziante passaggio ad accompagnare i tanti sfortunati che non ce l’hanno fatta.
La forza devastante con la quale questo virus ha colpito la Lombardia è al di sopra di qualsiasi attesa.
E appare difficile riuscire a vedere la fine di quest’incubo, mentre sono ormai visibili gli errori che lo hanno determinato.
La sottovalutazione del problema, con la conseguente carenza di sufficienti dispositivi di protezione per i sanitari e la mancanza di protocolli univoci, hanno spianato la strada al virus, che ha iniziato a diffondersi indisturbato proprio dagli ambienti ospedalieri e dalle RSA.
I luoghi da sempre deputati alla cura e al conforto, in breve sono diventati l’ultima stazione di una via Crucis umana, percorsa da migliaia di nonni, madri, padri e figli, che se ne sono andati da soli, senza nemmeno il conforto di un ultimo saluto.
Morti senza nome, finiti nella conta quotidiana delle vittime che sanciscono l’andamento dell’epidemia e che, prima o poi, esigeranno una spiegazione.


Qualcuno che spieghi perché in Corea del Sud, a Singapore o a Hong Kong non si sia consumata questa tragedia immane.
Qualcuno che spieghi l’assenza di una prevenzione seria, nonostante l’inequivocabile monito fornito dalle cronache in arrivo da Wuhan.
Qualcuno che spieghi perché non vengano messe in pratica le misure adottate da Singapore, Hong Kong e Corea del Sud, dove i decessi quotidiani si contano sulle dita di una mano, mentre a noi serve la calcolatrice.
In una diabolica equivalenza, gli zeri dei chilometri di distanza dalla Cina sono finiti nella conta dei nostri contagi e decessi, risparmiando invece le popolazioni più vicine all’origine del virus.
Ma non è opera del famoso battito d’ali di un’anonima farfalla a causare questo tsunami di dolore a Occidente e una relativa calma in Oriente.
Non ci si può nascondere dietro all’imprevedibilita’ dell’evento, perché abbiamo la prova che l’evento è circoscrivibile.
È solo che noi non l’abbiamo saputo fare.
Un po’ per incapacità e un po’ per mancanza di strumenti, anche economici.
La via, dagli Stati che ce l’hanno fatta, è stata indicata: prima si ferma tutto per contenere, poi si testa per isolare e solo dopo si pensa a riaprire, sempre nel rispetto delle nuove regole di distanziamento sociale.
Noi ci siamo fermati al primo gradino e non ci spieghiamo perché i risultati non arrivino, ma fingiamo che siano arrivati per riavviare l’economia, ripetendo come un mantra che le cose stanno migliorando, per poi prendercela con gli indisciplinati cittadini che, rincuorati dai propagandistici messaggi rassicuranti, ricominciano a muoversi.
Mettiamo sotto il tappeto le migliaia di contagiati, i decessi e la bomba degli asintomatici, per tranquillizzare un popolo che, dopo essere stato costretto in casa per settimane e senza un degno paracadute economico, a breve verrà costretto a ripetere la tragedia lombarda.
Perché signori, dopo avervi detto che le mascherine non servivano perché in realtà non c’erano, vi convinceranno che i tamponi, i test sierologici e le cure domiciliari tempestive fornite dalle USCA non servono.
Perché non abbiamo le competenze, la tecnologia adatta e i soldi per garantirle a tutti.

Perché non possiamo riaprire

Abbiamo ormai capito tutti cosa sta succedendo, cosa è andato storto e cosa dovremmo fare per tornare al più presto a una nuova normalità.
La quarantena forzata ci ha permesso di accedere a tutta una serie di notizie che hanno allargato le nostre prospettive, fornendoci diversi punti di vista per comprendere e valutare al meglio la portata storica dell’evento.
La comprensione dei fatti ha svelato, in maniera impietosa, l’approccio soggettivo di ognuno di noi e gli obsoleti carichi ideologici nascosti dietro alla difesa dell’una o dell’altra posizione governativa.
Non esiste un qualcosa di più disonesto intellettualmente.
Ma chi lo è sempre stato continua ad esserlo anche adesso, negando, ad esempio, che Zaia stia facendo bene, nel terrore di avallare un temutissimo nemico fascio leghista, o bollando come fake news – il cavallo di battaglia preferito dagli ottusi difensori della democrazia tout court che spesso fino a ieri dicevano che era poco più di un’influenza- anche le notizie vere, ma comunicate in maniera discutibile, come nel caso dell’Avigan.
Ma i cavalli, si sa, hanno i paraocchi.
Lasciamoli pure sbattere al primo muro di questa strada nuova e piena di svolte, che ogni giorno si arricchisce di particolari inaspettati e inattesi come in un romanzo scritto in una lingua che stiamo imparando a conoscere.
Chi ha voglia di leggere un libro quando il libro si sta scrivendo qui e ora e noi siamo i protagonisti?
E infatti, nonostante i proclami, pochi di noi, almeno nei primi giorni, hanno avuto la forza di seguire il filo dei romanzi che stavano leggendo, o delle serie che avrebbero voluto vedere.
La nostra attenzione è stata assorbita per intero dalle notizie che riguardavano il virus, come se l’accettazione della nuova realtà dovesse passare necessariamente dalla comprensione del fenomeno epocale che ci stava travolgendo.
Abbiamo aspettato con ansia i bollettini delle 18, finché non abbiamo capito che erano degli show, senza contenuti reali, messi in piedi per intrattenerci al pari di un programma pomeridiano di Barbara D’Urso.
Numeri snocciolati meccanicamente ogni sera da Borrelli, per confortarci, per darci una parvenza di controllo della situazione, ma senza un’aderenza scientifica ai dati reali, perché assenti.
I guariti sono davvero guariti o sono solo i numeri dei dimessi in attesa di tampone?
I decessi sono davvero stati calcolati tutti, comprendendo anche i poveracci che si sono spenti nelle loro case? O sono solo la mera conta dei senza nome che hanno affollato le terapie intensive?
Su quali basi si afferma che la curva dei contagi stia scendendo se il numero dei tamponi effettuati ogni giorno cambia?
Perché mischiare i dati provenienti da tutte le regioni, in un inconsueto slancio nazionalistico, per divulgare dei totali fuorvianti?
Un Borrelli, sempre più disorientato e sotto pressione è stato messo, tempo fa da un ottimo giornalista del tg2, di fronte all’inutilità dell’appuntamento pre-serale con i presunti numeri della pandemia.
La sua imbarazzata e confusa reazione ha fatto cadere la quinta teatrale che nascondeva la magia della rappresentazione.
Come in un film di Fellini tutti abbiamo visto il mare di cartapesta, ma l’effetto non era previsto, come nelle opere del Maestro, ma solo svelato per errore manifesto.
In questo clima di trasparenza estrema e di infodemia, ogni dichiarazione è messa sotto la lente d’ingrandimento e viene sottoposta al giudizio di un’opinione pubblica sempre più informata, sempre più incalzante, che cerca di pungolare le sue figure apicali per trarre un briciolo di conforto all’incertezza abissale in cui è precipitata.
Sembra di essere tornati tutti a un periodo adolescenziale nel quale le ramanzine degli adulti suonavano obsolete perché sempre scollate dalla realtà e tardive.
Tipo Pubblicità Progresso.
Partono le inchieste sulla gestione dell’ospedale di Alzano?
Si sapeva già.
Troppo tardi.
Si pongono quesiti alla lobby delle industrie bergamasche in merito al mancato stop di marzo?
Sapevamo già tutto.
Riprovate.

Le storie disumane provenienti dalle RSA lombarde?

Sentite, purtroppo.

Nemmeno Report ci racconta più qualcosa che non sapevamo.
È qui il nocciolo della situazione: in questa realtà immersa nell’ignoto come mai prima di ora, la tempestività nell’anticipare gli eventi da parte delle amministrazioni fa la differenza.
La differenza, sostanziale, tra il sentirsi protetti da chi sa cosa sta facendo, versus quelli che navigano a vista come il Titanic.
È anche ormai chiaro come questa confusione decisionale abbia investito, a turno, tutti i paesi occidentali che, sicuri di essere di fronte all’ennesimo falso allarme targato Sars qualcosa, hanno messo a repentaglio i singoli sistemi sanitari e le economie, sulla base dei presunti numeri trasmessi dalla Cina.
Numeri, probabilmente, veicolati a uso e consumo propagandistico della dittatura più potente del globo.
Che ha fatto trapelare quello che voleva: la diffusione di un virus pericoloso, ma non troppo, che colpisce i più deboli e gli anziani, mettendo in difficoltà i sistemi sanitari.
Né più né meno.
Misure super restrittive con quarantene militarizzate, ospedali costruiti in dieci giorni per accogliere i tanti contagiati, persone accasciate in strada e alla fine meno dì centomila contagiati e quattromila decessi?
Non penso proprio.
Numeri ovviamente superati, con relativo strombazzamento mediatico, da quasi tutti i paesi occidentali.
Va bene lo spaesamento iniziale e le risposte maldestre, ma si fa fatica a digerire una tale schiacciante supremazia orientale nella gestione dell’epidemia, che vede l’Occidente sopraffatto da numeri quasi a sei cifre, mentre il centro del contagio si assesta ben al di sotto dei centomila.
Il tutto con l’inquietante complicità dell’OMS, che ha dichiarato lo stato di pandemia con un ritardo oltraggioso.
Non che cambiasse qualcosa, ma torniamo sempre al concetto di diffusione tardiva di notizie che aumentano il senso di insicurezza.
L’arrivare in ritardo sui tempi è il leit motiv degli errori di questa situazione terribile.
Ed è per questo che chi per primo riuscirà ad attuare un modello occidentale pionieristico di contrasto al virus, in attesa del vaccino, ne uscirà vincente.
In una situazione con così tante incognite e così poche certezze, la carta vincente sono, ancora una volta, i visionari.
Quelli che sanno leggere gli impercettibili segnali che indicano i sentieri giusti da percorrere.
Quelli che osano, sperimentando soluzioni azzardate e sconosciute.
Quelli che se ne fregano delle regole per scriverne di nuove.
Storicamente, noi dovremmo essere i migliori esecutori di questi precetti, a patto di abbandonare tutte le sovrastrutture burocratiche che rischiano di appesantirci, come una corazza medievale, nella lotta al virus.
Perché con la corazza riparatrice della burocrazia adesso rischiamo di farci male.
Adesso è il momento di serrare le fila, preparandoci ad affrontare il problema anche in futuro, e attaccare con tutta la forza di fuoco, inedita e sconosciuta, che abbiamo.
Sul fronte della difesa dovremmo creare dei presidi ospedalieri dedicati unicamente ai malati covid, per evitare in futuro i focolai che hanno compromesso la gestione attuale.
Bisognerebbe attrezzare delle strutture per contenere in sicurezza i positivi in convalescenza e quelli che non possono fare la quarantena al proprio domicilio.
Dovremmo implementare la sorveglianza territoriale attraverso i medici di base, al fine di trattare a domicilio con terapie sperimentali (antivirali, clorochina ecc) i positivi con sintomi lievi e medi, diminuendo così gli eventuali accessi ospedalieri con quadri clinici troppo compromessi.
Al presentarsi di una sintomatologia compatibile con il covid, tutti dovrebbero essere sottoposti a tampone e, in caso di positività, si dovrebbe eseguire il tampone a tutti i contatti con ricerca a cerchi concentrici.
Il fine ultimo sarebbe quello di essere in grado di gestire, in maniera più composta e strutturata, l’eventuale ritorno di un picco nei contagi, in questa nuova realtà a base di distanziamento sociale e mascherine che ci aspetta da domani.
Purtroppo, ad appena un mese dal primo serio lockdown e con ancora una media di 600 decessi al giorno, già sentiamo parlare di fase due e di riaperture scaglionate.
Sacrosanto pensare all’economia agonizzante, ma non qui, non ora.
Riaprire adesso, con gli strumenti sgangherati e scomposti che abbiamo messo in campo e senza aver testato tutti i possibili asintomatici, significherebbe esporci a una seconda fase di contagi ancora più devastante.
Se la prima, con pochi positivi trasformati in una settimana in un contagio esponenziale con R0 di circa 4 ci ha mandato in tilt per un mese, la seconda ondata, con migliaia di asintomatici liberi di circolare, ci metterebbe definitivamente ko con centinaia di migliaia di morti. E stavolta non over 65.
Senza il tracciamento degli asintomatici e la loro conseguente quarantena e senza un test sierologico diffuso che stabilisca gli eventuali contagiati, saremmo esposti a uno tsunami ben più devastante.
Non possiamo riaprire se non prepariamo bene le risposte a questa nuova fase delle nostre vite.
Organizziamoci bene e poi riapriamo.
Non andiamo di nuovo a combattere in Russia con le scarpe di cartone.
Non possiamo riaprire senza capire chi sono gli asintomatici.
Bisogna fare test sierologici a tutta la popolazione.
Soprattutto per capire se esistono le recidive.
Se così fosse, facciamoci il segno della croce, tappiamoci il naso e che Dio ce la mandi buona.

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La semplicità ci salverà

In questa emergenza inattesa siamo stati tutti costretti a cambiare il nostro modo di vivere, ma siamo sicuri che tante delle nuove abitudini dovranno essere abbandonate quando torneremo alla normalità?
Io mi auguro di no.
Sembrerà retorico, ma è solo la semplice verità.
Mi auguro che la didattica a distanza abbia insegnato a tanti docenti a utilizzare di più gli strumenti multimediali, per avviare percorsi educativi più consoni alle menti veloci dei nostri ragazzi.


Mi auguro che lo smart working venga applicato in maniera più diffusa, per decongestionare il traffico delle città ingolfate da migliaia di persone che si spostano ogni giorno in auto.
Mi auguro che le difficoltà nel fare la spesa oggi, ai supermercati, ci facciano tornare a comprare nei piccoli negozi di quartiere, sconfiggendo la gentrificazione delle nostre città. Meno starbucks più calzolai.
Mi auguro che si torni a uno stile di vita più sostenibile e meno finalizzato alla competizione e al profitto sfrenato.
Vorrei tornare a un paio di decenni fa, ma con le tecnologie disponibili oggi.
Prendere il meglio del progresso e cestinare tutto il brutto che non abbiamo saputo arginare.
Meno social, meno vita virtuale, meno turismo insostenibile, meno allevamenti intensivi e disumani per riempire scaffali di mega supermercati, meno automobili, meno petrolio e carbone.
Facciamo spazio alle nostre tradizioni, proteggiamole, tramandiamole ai nostri figli, insegniamo la pazienza e cestiniamo la fretta e la velocità che ci hanno portato fino a qua.

Il vile sgambetto dell’Europa che non verrà dimenticato

Per una volta mi trovo d’accordo con Renzi, anche se in parte e non per le sue stesse ragioni.
L’uscita acchiappa titoli con la quale ha asserito che bisogna tornare a riavviare l’economia, non è del tutto sbagliata.
Certo, lui l’ha fatto per uscire dall’oblio comunicativo in tempi in cui anche la Bestia di Salvini fa fatica a galleggiare e, soprattutto, per ricordare a tutti la sua predilezione nei confronti del liberismo sfrenato che tutto fagocita nel nome del profitto.
Ma non ha tutti i torti.
Se non usciamo al più presto da questo lockdown, la nostra economia sarà irrimediabilmente compromessa e ci ritroveremo spolpati dai tanti che non aspettano altro.
Dovremmo combattere il virus velocemente e tornare al più presto a una nuova normalità, scandita dal distanziamento sociale e dalle onnipresenti mascherine, in attesa del vaccino.
Peccato che la nostra situazione, con i focolai fuori controllo del Nord e un’assenza di contenimento programmato nel resto del paese, non lo permetta.
Siamo ancora in balia della pandemia.
Se non arginiamo nell’immediato il problema, contenendo e isolando il virus dove l’epidemia è ancora gestibile e smettendo di delegare alla quarantena da sola la risoluzione dell’emergenza, la strada sarà sempre più ardua e tortuosa.
L’obiettivo di tornare al più presto alla “normalità “ (se così si può definire l’orrida routine che conducevamo) è inarrivabile se non si hanno gli strumenti per realizzarlo.
Perché le armi ce le hanno spuntate proprio loro.
Quei liberisti che ora invocano il ritorno alla normalità e che hanno ritardato le misure contenitive per tutelare il dio Mercato, sono gli stessi che hanno avallato i tagli alla sanità e al welfare che ci hanno gettato in questo baratro fatto di mancanza di risorse per affrontarlo.
Sono gli stessi che hanno eroso, in questi anni, la florida classe media europea a tutto vantaggio delle solite élite.
E l’Italia, a parte pochi eletti, non è compresa in questo gruppo elitario.
L’Italia è come sempre la parente povera che si cerca di nascondere, la pecora nera che crea problemi e che chiede sempre qualche spiccio per sopravvivere.
Noi.
Il paese di Leonardo, Dante, Michelangelo e Raffaello o, se preferite qualcosa di più contemporaneo, di Fellini, Armani e Renzo Piano, messo all’angolo da personaggi che mettono la panna nella carbonara e i sandali con i calzini.
E non storcete i nasini, invocando l’uguaglianza e il rispetto delle altre culture, perché siamo rimasti i soli cretini a onorare questo principio.
Il paese più bello del mondo, con il patrimonio artistico più bello del mondo, convinto di essere la ruota di scorta perfino di loschi produttori di bulbi di tulipano, ha abbassato la testa, aprendo la strada ai soprusi economici reiterati dei supposti paesi virtuosi.
Tipo la Germania.
Quella Germania che, nell’egoistica urgenza di espiare un senso di colpa immane dopo le nefandezze della Seconda Guerra Mondiale, ci ha trascinati in questa difesa a oltranza di valori democratici globali a discapito delle peculiarità e delle esigenze dei singoli.
Ci ha gettati nel tritatutto della globalizzazione e del liberismo in salsa americana con l’unico scopo di tutelare le sue poche eccellenze, esponendoci al rischio di speculazioni continue per arrivare a quell’egemonia su di noi, che altrimenti non avrebbe raggiunto.
Gira che ti rigira, ancora una volta, hanno agito con forza e determinazione, stavolta mascherate da iper democrazia buonista, per mettere nel sacco mezza Europa.
E ancora una volta, con la stessa tolleranza dimostrata con le politiche di appeseament negli anni ‘30, nessuno in Europa ha avuto il coraggio di puntare i piedi per fermare l’inesorabile avanzata teutonica.

Se nel Novecento l’obiettivo era l’espansione a Est, nel ventunesimo secolo l’obiettivo è schiacciare economicamente i cosiddetti PIGS, i Paesi dell’area mediterranea considerati più spendaccioni e meno virtuosi, nei quali, insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, ci siamo anche noi.
Abbiamo visto tutti il trattamento riservato alla Grecia dai burocrati disumani della Troika.
E adesso, in questa terribile emergenza, viviamo sulla nostra pelle le conseguenze dei tagli imposti alla nostra Sanità, depauperata in nome della spending review e del famigerato patto di stabilità con un’ Europa matrigna che adesso ci volta le spalle malamente.
Tagli che ci hanno lasciato con circa cinquemila posti in Terapia Intensiva e con pochissime risorse per far fronte ai fisiologici turn over del personale.
Tagli trasversali che ci hanno impoverito, rendendo i nostri ospedali e tutto il nostro Sistema Sanitario troppo fragile per sostenere il colpo.
Troppo fragile per affrontare con i giusti protocolli il pericolo imminente che ha inferto, invece, il colpo di grazia a un castello di sabbia privo delle fondamenta essenziali per resistere.
Non abbiamo sufficienti dispositivi di sicurezza per i sanitari.
Non abbiamo abbastanza risorse per effettuare tamponi o test a tappeto.
Troppo poco per affrontare questa emergenza.
Abbastanza per soccombervi.
Per contro, in Germania, dove i posti in Terapia Intensiva sono circa 28 mila, l’emergenza coronavirus è poco più di una mosca sul naso di un gigante.
Eppure, a parte accogliere qualche decina di pazienti, i nostri amici teutonici non sembrano intenzionati a porgerci una mano.
Anzi.
La Merkel, in discesa nei sondaggi, usa l’opposizione agli aiuti economici nei nostri confronti come tema propagandistico, dimostrando come niente sia cambiato negli ultimi cinquant’anni.
La connazionale Von Der Leyen, in maniera inaudita, parteggia per lei, liquidando come slogan l’ eventualità di ricorrere ai corona bond.
La politica muscolare contro gli altri Stati è da sempre foriera di voti nella patria di Wagner.
E già si vantano della loro capacità di testare tutta la popolazione a tappeto per evitare qualsiasi lockdown.
A differenza nostra che dobbiamo spegnere un incendio con un secchiello mentre cerchiamo di salvare l’economia italiana dagli attacchi dei fratelli europei.
Germania e Olanda in testa.
Impossibile non commuoversi, dopo tanta disumanità espressa da chi doveva proteggerci per primo, di fronte allo sforzo immane per aiutarci di popoli economicamente più poveri, come i cubani e gli albanesi.

Impossibile non comprendere il crescente sentimento anti europeista nel nostro paese, perché la misura è davvero colma.
È ormai chiaro che alcuni Paesi europei non hanno nessuna intenzione di aiutarci economicamente in questo momento drammatico.
E più ci mettiamo a rialzarci e più ne approfitteranno per darci la mazzata definitiva.
Ci dileggiano, ci ostacolano, nascondono le mascherine come i bulletti che all’asilo rubano le merende ai più deboli, dimenticando che noi deboli non siamo.
E che domani ci rialzeremo e ci riprenderemo tutte le nostre merende.

Il Catenaccio stavolta non ci salverà

In Italia si sprecano gli aggettivi coniati per descrivere quella particolare attitudine al procrastinare che da sempre ci contraddistingue.
Siamo i professionisti dei posticipi, dei temporeggiamenti e del fare domani quello che potrebbe essere fatto oggi.
Giochiamo sempre in difesa, in un eterno catenaccio volto a parare i colpi del destino senza mai anticiparli.

Ed è per questo che in assenza di una prevenzione vera e capillare, siamo ancora costretti ciclicamente a piangere i nostri morti nei terremoti e nelle alluvioni che, da sempre, funestano il nostro paese.

Ci muoviamo bene in emergenza, malissimo nella prevenzione.
Adesso è arrivato il momento di estirpare questo pericoloso atteggiamento.
Perché questo virus corre più veloce dei nostri decreti e delle nostre timide misure di contenimento e non basterà mettersi in difesa per pararne i devastanti colpi.
Bisogna prevenirli.
Iniziamo a dare la caccia a questo virus, con misure efficaci, per fermarlo e contenerlo seriamente e smettiamo di rincorrerlo, cercando solo di limitare i danni dell’assenza di una programmazione ormai evidente.
Nel Nord devastato dall’epidemia sarebbe necessario intervenire sui sintomatici in due maniere: facendo più tamponi ed evitando che tanti malati, spaventati da quello che succede negli ospedali al collasso, rimangano in casa fino a quando non sia troppo tardi.
In tanti, terrorizzati dalla prospettiva di essere rinchiusi in lazzaretti dove è negato pure il conforto dell’estremo saluto, resistono nei loro domicili, nonostante l’insorgenza di sintomi sempre più devastanti.
L’assistenza per queste persone deve essere garantita, così come andrebbe prevista un’alternativa per le quarantene dei casi sospetti.

Altrimenti i positivi continueranno a crescere all’interno dei nuclei familiari. E questo sarebbe una barbarie inconcepibile.
A Wuhan, a questo scopo sono state messe in campo circa 9000 persone.
Bussavano porta a porta, misuravano temperature, localizzavano casi sospetti e li tenevano sotto controllo o li trasferivano nelle strutture preposte.
Dobbiamo attaccare con forza prima che sia, di nuovo, troppo tardi.
Al Centro e al Sud si esulta perché la curva dei contagi non cresce in maniera esponenziale.
Non credo tuttavia sia lecito esultare per gli oltre 2000 contagi e i quasi 150 morti del Lazio in una situazione di lockdown totale da oltre due settimane.
Anche qui si sta perdendo tempo a rincorrere il virus come è accaduto in Lombardia e anche se la curva non vedrà una crescita esponenziale come accaduto, purtroppo al Nord, è criminale non agire immediatamente per evitare gli stessi errori.
Errori che invece si stanno tutti ripetendo come in un brutto film: RSA tramutate in pericolosi focolai, troppi contagi tra gli operatori sanitari e assenza di una sorveglianza attiva con tamponi a tutti i contatti dei positivi.
Si sta facendo davvero troppo poco e con ritardi non più giustificabili. Si demanda alla quarantena e alla responsabilità dei cittadini il successo del contenimento in una regione con milioni di abitanti.
Regioni completamente ferme che vedono allontanarsi ogni giorno di più un possibile ritorno alla normalità e l’uscita dal tunnel di una recessione pazzesca che ormai appare inevitabile.
Tanto per fare un paragone, che i più si guardano bene dal fare, a Hong Kong ( circa 7,5 milioni di abitanti) ci sono meno di 600 casi e 4 morti. E siamo in Cina.
I dati di Singapore e Taiwan ve li risparmio perché il paragone sarebbe troppo doloroso.
Ma noi continuiamo a spacciare come confortanti i dati regionali italiani, eseguendo, ancora una volta perfettamente, il nostro compitino nel difendere le terre irredente a oltranza senza guadagnare un metro verso la conquista della libertà.
Nell’eterna ripetizione italica di uno schema a catenaccio, che nel calcio ci è sempre valso qualcosa ma che adesso ci porterebbe nel baratro di una recessione gravissima, rischiamo di perdere la guerra contro questo nemico invisibile.

E non ci sono gare di ritorno o supplementari a salvarci.

Il cigno nero

E così è arrivato.
Senza fare troppo rumore e, soprattutto senza annunciarsi, il cigno nero, l’evento imprevisto che sconvolge gli ordini precostituiti, ha squadernato in poche settimane tutte le dinamiche preesistenti, mandando a gambe all’aria le solide democrazie occidentali, tutte unite dalla medesima reazione inadeguata di fronte alla sua unicità.
Tutti, ma proprio tutti, hanno risposto più o meno allo stesso modo di fronte alla più grande e imprevista emergenza globale dei nostri tempi.

Non ci sono state invasioni di qualche stato ad annunciarne l’arrivo, non sono cadute bombe e nei supermercati, per ora, c’è ancora il cibo. Si fa quindi fatica a percepirne a fondo la reale portata.
Il cigno nero- che stavolta si chiama covid-19- ha preso il mondo alla sprovvista, mandando in tilt tutti i Governi che, incapaci perfino di riconoscerlo nonostante gli svariati campanelli d’allarme, hanno reagito affondando la testa sotto la sabbia, in un estremo e controproducente gesto di negazione del problema.
I Governi, più preoccupati a salvaguardare le già fragili economie e i voti dell’establishment industriale, hanno minimizzato la pericolosità del virus, aumentandone, di fatto, gli effetti devastanti sia sull’economia che in termini di vite umane, ridotte a una mera conta di vittime senza nome.
I cittadini, poco rassicurati dalle scomposte reazioni governative, hanno iniziato a perdere quel briciolo di fiducia rimasto- dopo decenni di mal governo- preferendo affidarsi alle lusinghe delle varie teorie di complotto in circolo, nel vano tentativo di placare quell’inquietudine alimentata dall’assenza di una progettualità.
Un’assenza che ogni giorno si è fatta più pesante e che ha esposto tutti i cittadini, dai medici lasciati senza dispositivi di protezione ai malati abbandonati febbricitanti nelle loro case, a un inesorabile destino che doveva e poteva essere evitato.
Si sapeva cosa stesse succedendo a Wuhan, pur con tutti i limiti imposti dalla censura statale cinese, eppure non si è predisposto un piano per affrontare il worst case scenario.
A febbraio, solo grazie all’intuizione di un’anestesista che, sforando i protocolli vigenti ha effettuato il tampone al paziente 1 di Codogno, si è iniziato ad attuare le misure di contenimento e protezione negli ospedali.
Ma era troppo tardi.
I focolai ospedalieri erano già fuori controllo, inondati da polmoniti atipiche curate da medici senza protezioni e in reparti di medicina generale dove il virus ha banchettato senza freni.
Troppo tardi anche per iniziare, forse, quella sorveglianza attiva promossa da Crisanti in Veneto , grazie alla quale abbiamo capito che gli asintomatici sono quasi il 50% dei positivi.
Con tutto quello che ne deriva.
Troppo tardi per reperire le mascherine per i cittadini (che quindi sono state definite inutili) e i dpi per gli operatori sanitari.
Troppo tardi per cercare di arginare uno tsunami inarrestabile che ha travolto una sanità già fiaccata, mietendo migliaia di vittime condannate a una morte disumana.
Eppure, nonostante la dolorosa visione dei cortei di bare a Bergamo e la conta inesorabile delle vittime, troppi amministratori hanno ancora esitato a tirar fuori la testa dalla sabbia per affrontare con decisione il problema.
Magari approfittando, come nel caso del Centro e del Sud Italia, del vantaggio temporale per mettere in atto misure di contenimento più incisive, attingendo agli esempi virtuosi della Corea del Sud e di chi, al Nord, era riuscito ad arginare il problema.

Iniziando a localizzare, tracciare e, finalmente, isolare il virus con l’utilizzo massiccio dei tamponi.

Portando avanti una diversa gestione dei sintomatici costretti a casa, prevedendo una profilassi volta ad evitare aggravamenti che necessiterebbero di ospedalizzazione e gestendoli in strutture di contenimento che non siano i nuclei familiari. Per evitare i contagi a grappolo e tutto quello che abbiamo visto, drammaticamente, nei reportage da Wuhan. E che non voglio nemmeno ricordare.
E invece niente.
Nonostante le raccomandazioni dell’OMS e di tanti scienziati, non si è proceduto ad affiancare alla sacrosanta quarantena le misure di tracciamento dei positivi e dei loro contatti per isolare i contagi, e così il Centro e il Sud hanno eroso, ancora una volta incredibilmente, l’iniziale vantaggio preferendo nascondersi dietro la quarantena che tutto risolve, evitando di sporcarsi le mani e restando in balia degli eventi.

Salvo chiedere ai sanitari e ai cittadini una maggiore responsabilità. Come se la cura risiedesse lì e non nelle misure consigliate dall’OMS: testare, isolare e tracciare.

Questa è la ricetta che, a quanto pare in Italia, vale solo per pochi eletti. Giornalisti, calciatori e presidenti di partito imboscati dall’inizio dell’emergenza in qualche clinica privata.
Escludendo dal tracciamento, attraverso i tamponi, quel personale sanitario che dal primo momento lotta in prima linea per salvarci da una fine tristissima, abbiamo aperto anche a Roma e al sud la strada al coronavirus, riservando, ancora una volta, il privilegio dei test ai soliti noti. Che a salvarci non ci pensano proprio.

La Grande Guerra che non abbiamo visto arrivare

È incredibile come l’arrivo in Occidente di questa pandemia sia stato accolto con le stesse modalità ovunque.

Dall’Italia agli Stati Uniti, passando per la Francia e la Gran Bretagna, tutti i governi hanno sottovalutato il pericolo, ignorando gli avvertimenti di pochi scienziati illuminati e cercando di minimizzarne l’effettivo impatto, forse per tutelare le già fragili economie, o forse per semplice incapacità di valutazione.

Come se quello che stava accadendo in Cina fosse qualcosa di remoto che non poteva riguardarci, come se la tanto declamata globalizzazione valesse solo quando fa più comodo.
Come se mettere la testa sotto la sabbia servisse a far finta che il Covid non sarebbe arrivato e che, se lo avesse fatto, saremmo stati immuni o più preparati di quei primitivi dei cinesi.
E così è arrivata la terza guerra mondiale e non ce ne siamo accorti.

La cantilena, recitata a turno da tutti i capi di governo e suffragata dagli organi di stampa, è stata quindi più o meno la stessa.
Nella prima fase (quella che precede i primi contagi) il tranquillizzante grido di battaglia ripete che il virus “è poco più di un’influenza”.
Nella seconda fase (dopo i primi contagi e decessi) si inizia a dire che “muoiono solo gli anziani”, come se ancora si cercasse di nascondere la polvere sotto il tappeto, riducendo il problema a un qualcosa che riguardi solo alcuni sfortunati. A questa fase, purtroppo, di solito corrisponde una scomposta richiesta di ritorno alla normalità per non danneggiare l’economia.
Nella terza fase (impennata di contagi e decessi) si passa alla triste constatazione di come il virus sia fatale per chi abbia patologie pregresse, come se anche questo bastasse ad allontanare lo spettro dalla maggioranza della popolazione, per confinarlo in una lontana dimensione che riguardi percentuali ancora irrisorie.
Poi, quando ormai le terapie intensive sono piene e gli ospedali al collasso, si inizia a dichiarare con stupore che il virus aggredisce anche gli under 70.
Poi gli under 60.
Poi tutti.
Si cerca, quindi, di tamponare il disastro, adottando a singhiozzo il vituperato modello Wuhan. Ma nella poco rigorosa traduzione in salsa democratica all’occidentale (dovrei dire all’europea perché negli Usa è già pronto l’Esercito per far rispettare le regole) si perde l’efficacia delle misure e le maglie troppo larghe favoriscono la diffusione del virus.
Nessuno che abbia avuto la decenza di ammettere che questa escalation sia il risultato dell’assenza di un contingentamento strettissimo della popolazione.
Un’assenza di regole invalicabili e di una programmazione concertata che ha decimato dapprima gli anziani, poi i più deboli e che ha infine iniziato a colpire indistintamente tutti gli strati della popolazione.
In questa guerra, non dichiarata e combattuta con un nemico invisibile, le prime trincee sono cadute e così anche gli alibi.
Si è sottostimato un problema gravissimo per tutelare i mercati e ora ci ritroviamo a combattere sia per la sopravvivenza dei singoli che per le, inevitabili e disastrose, ricadute sull’economia.
Abbiamo cercato di tutelare, ancora una volta, quel sistema finanziario che ha imposto i tagli alla sanità che hanno causato quello che vediamo oggi.

Primi in Europa a subire l’impennata di contagi e di vittime perché già indeboliti in partenza, con un sistema sanitario fiaccato da tagli e pressapochismo.
Un sistema sanitario d’eccellenza zeppo di grandi professionisti, ma, purtroppo, anche di tanti italiani medi, fieri ambasciatori nel mondo della famosa faciloneria all’italiana. Quel “e che sarai mai!” detto con il sorriso sulle labbra mentre si infrangono leggi e regole, è il mantra dell’italiano medio.
Ed è, da sempre, la causa del nostro gap economico e culturale nei confronti di molti altri paesi.
Ed è probabilmente, insieme all’assenza di un protocollo univoco e rigoroso di triage con tutti i dpi del caso, la maglia attraverso la quale la prima gocciolina di Covid ha iniziato a circolare inosservata in molte strutture ospedaliere.

Per poi diventare lo tsunami che oggi cerchiamo invano di arginare con un secchio bucato e una manciata di decreti sbagliati.

Pensieri in quarantena

Vi ricordate i bei tempi in cui quasi ogni famiglia italiana poteva permettersi una seconda casa al mare o in montagna, la settimana bianca d’inverno e magari i tre mesi di vacanza al mare con i nonni?

Vi ricordate quando i nostri genitori riuscivano a mettere da parte dei risparmi, anche se non erano amministratori delegati de stocaiser ma semplici impiegati?

Ve lo ricordate quel passato non troppo lontano in cui le Scuole pubbliche italiane rappresentavano l’eccellenza e la nostra Sanità era ancora dignitosamente in grado di curare tutti al meglio?

Certo che ve lo ricordate.

E non perché siete dei nostalgici del Cremino Algida o perché state invecchiando, ma solo perché siete testimoni, come me, del furto reiterato di semplici diritti che dovrebbero essere appannaggio di tutti i cittadini onesti che lavorano.

Beh oggi tutto questo oggi non c’è più, perché ci hanno cazziato dall’alto, dicendo che vivevamo al di sopra delle nostre possibilità e piano piano hanno iniziato a toglierci tutto, dividendo le nostre piccole conquiste in quote sempre più esigue, destinate a pochissimi beneficiari che adesso ne godono in maniera esponenziale.

I piccoli privilegi di milioni, anzi miliardi di lavoratori, sono oggi destinati a pochi. E sono, quindi, diventati mastodontici.

Le seconde case che siamo stati costretti a vendere perché impossibilitati a pagare la decuplicazione dei costi, sono finite nel mare di proprietà appannaggio degli happy few che di seconde case, chiuse per almeno 350 giorni l’anno, ne hanno almeno venti.

E capitemi bene, non è che il tycoon americano si è comprato la vostra casetta a Ladispoli. È solo successo, senza che noi lo percepissimo, che sia stato applicato il principio del Marchese del Grillo. E che la casetta di Ladispoli, insieme a quelle di altri poveri cristi che se spaccavano la schiena per pagare il mutuo, sia stata inglobata, in termini astratti, nei conti in banca dei soliti noti. Attraverso un processo di depauperamento volto ad annientare la classe media in favore di una piccola percentuale di fortunati. In pratica io so io e voi non siete un cazzo.

Voi dovete lavorare per pagare le bollette e noi ci godiamo i nostri jet privati.

Allora dico attenzione.

Attenzione perché questo è il paese che ha inventato per primo la politica demagogica del panem et circenses. E per circenses non intendo gli spettacoli dei gladiatori, ma la corretta ripartizione di minime quote di capitale in favore della plebe che tutti i giorni contribuisce con il suo onesto lavoro a sorreggere lo Stato Sociale.

In soldoni, se lavoro tutti i giorni e pago le tasse non me dovete da’ un contentino, ma come minimo la casetta al Circeo.

Se volete per assonanza…Circeo, circenses. Riso, risata.

Non si può continuare a morire bolliti a fuoco lento come la famosa rana, invocando l’aiuto di una pseudo democrazia europea che ha cercato in di replicare in malo modo il modello statunitense di gentrificazione liberista che ha messo in ginocchio il nostro paese. A beneficio di altri, tra l’altro.

Una gentrificazione che punta ad annullare le peculiarità dei singoli paesi in favore di una omologazione più consona alle multinazionali. E che ci ha regalato centri storici epurati dai residenti, in favore dei business turistici, e la penosa chiusura dei piccoli negozi, in favore delle solite catene di abbigliamento e consumo. Risultato? Vie centrali tutte uguali, sul modello delle main street statunitensi, occupate dai vari starbucks, footlocker e victoria’s secret, intervallate dai giganti europei (non made in italy) sephora, zara e h&m.

È questo che volevamo?

Non credo proprio.

E allora perché non cercare di approfittare di questa situazione di azzeramento delle regole non preventivata dalle élite (si spera sempre) per cambiare il corso del nostro futuro? Perché non provare a saltare fuori dalla pentola per riprenderci quei pezzetti di benessere che ci sono stati tolti?

Detto tra noi, perché la Svizzera, la Norvegia e la Macedonia del nord dovrebbero essere più forti di noi per sorreggersi senza l’aiuto dell’Unione Europea?

Ma non sarà che tutto questo serve solo a indebolirci e a permettere agli altri di comprarsi piano piano il paese più bello del mondo?

La fine del lieto fine

È successo di nuovo.

Mi sono innamorata alla follia di un film e vorrei guardare solo quello.

Mi è già capitato con Drive, poi con il Grande Gatsby, più di recente con La La Land e adesso con A Star Is Born, quarto remake di una delle storie più raccontate di Hollywood, diretto e interpretato da uno stupefacente Bradley Cooper, snobbato agli Academy e nelle stanze che contano, ma destinato, secondo me, a fare scuola in materia di rappresentazioni dell’archetipo amore-tragedia per l’estrema semplificazione delle sovrastrutture che di solito accompagnano queste vicende.

Da Paolo e Francesca a Romeo e Giulietta, la storia è sempre quella: i due protagonisti si amano, ma, o per un motivo o per un altro, il finale è tragico. Non arriva un lieto fine alla Cenerentola o Pretty Woman, non ci sono Jane Austen e Mr Darcy a riequilibrare il vuoto di serotonina.

E all’Eroina di turno il croupier della vita toglie la parte più ghiotta del banco: l’Amore.

Per ora la pellicola ha portato a casa solo elogi e premi per la migliore canzone – e ci mancherebbe-, ma niente di più sostanzioso e probabilmente domenica sera al Kodak Theatre, nonostante le otto nomination, dovrà di nuovo inchinarsi ai più titolati Roma e La Favorita.

Ma per me resterà il film più emozionante degli ultimi sei mesi e non mi interessa se è troppo ordinario o se non soddisfa la voglia di elitarismo, che fa tanto cinema europeo, dei membri degli Academy. Che continuino a provare a nominare Aki Kaurismäki, vediamo se gli risponde…

Io continuerò a nutrire la mia innocua ossessione per le vecchie storie tragiche tramutate in favole moderne dagli Chazelle, dai Refn e, da oggi, dai Cooper.

Sia La La Land che A Star Is Born (tralasciando per questa volta Drive) rispettano questo canovaccio antico come la nostra voglia di immedesimarci nelle storie che i grandi ci raccontano ed è impossibile non cadere nella rete ordita per farci sognare.

E sarebbe un delitto non farlo.

Perché il Cinema e la Letteratura a questo servono. Contenitori di emozioni senza margini definiti che trasportano le nostre vite verso l’altrove, in un’altalena sensoriale soggettiva che ci arricchisce o ci svuota, a seconda delle prospettive. Tutti noi vorremmo rivivere in eterno il momento in cui abbiamo visto o letto per la prima volta il nostro film preferito o il nostro libro preferito, ma non potendo, ci accontentiamo di rileggerli e di rivederli nella speranza di rievocare la magia. Ma la magia dura il tempo che il destino ci concede…

Sia nel film di Chazelle che in quello di Bradley Cooper è il destino a dare il via allo svolgimento ed è sempre il destino, crudele, a togliere alle protagoniste la possibilità di avere Amore e Successo allo stesso tempo. Il momento in cui si presenta il bivio della scelta tra le due opzioni è sempre fumoso. Come se fossero trasportate dagli eventi, in maniera del tutto passiva, in un futuro che non prevede l’esistenza simultanea del successo professionale e della vita familiare. Per una donna sembra essere preclusa, anche al cinema, la contemporanea realizzazione della sfera professionale e privata. In pratica: o fai la mamma o fai la celebrity, baby.

In entrambe le storie è sempre il destino, travestito da evento casuale, a far incontrare i due protagonisti.

Destini incrociati in La La Land, dove Sebastian e Mia si incontrano fortuitamente un paio di volte prima che il caso si trasformi in presente condiviso, mentre del tutto inaspettato, ma più folgorante, l’incontro dei due protagonisti in A Star Is Born, dove il destino sembra incidere in maniera più prepotente e ineluttabile.

Curioso, o forse anche questo parte essenziale del filo narrativo vincente, che entrambe le vicende si svolgano in quella Los Angeles contemporanea che forgia talenti e schiaccia esistenze, tra bar e attese dell’occasione giusta che trasformerà un’esistenza ordinaria in quella, tanto agognata, da Star.

Il messaggio, in entrambi i casi è univoco: la protagonista, donna talentuosa, raggiunge la Fama grazie all’aiuto dell’amatissimo fidanzato-Pigmalione. Ma il prezzo da pagare sarà alto.

Ce l’ha spiegato Omero, ce l’ha ribadito Euripide, ma noi ancora ci ostiniamo a voler prendere tutto il piatto, scatenando l’inevitabile tragica sottrazione divina che non ammette la perfezione umana e che decide le parti di destino a noi concesse. Puoi avere la tua dose di fortuna, ma mai Amore e Fama allo stesso tempo.

Chazelle e Cooper (anche se la sceneggiatura non è scritta da lui) hanno capito bene la lezione degli antichi e ce la ripropongono in tutto il suo navigato splendore, traducendola nella lingua moderna con un’inaspettata trasposizione che punisce quelli che noi riteniamo i nostri moderni dei: le celebrities di Hollywood. Anche a loro è negata la realizzazione di tutti i desideri e la narrazione di questa condizione comune a tutta l’umanità commuove indistintamente.

Se in La La Land si piange di meno è perché tutta la tensione si accumula, volutamente, fino al surreale finale, che stravolge le aspettative e uccide l’ultima speranza di vedere un lieto fine che non arriva.

In La La Land si piange quando compare la scritta The End che decreta la chiusura del vaso di Pandora. O, al massimo, si piange quando lo si rivede la seconda volta, conoscendo già la fine. Per Mia e Sebastian il destino è compiuto: lei è una Star e lui ha realizzato il suo sogno, ma a entrambi- e agli spettatori-, viene negata la possibilità di una felice vita insieme. Vita insieme che può solo essere immaginata e sognata sulle note della melodia che li ha fatti incontrare e che, se avessero fatto scelte diverse, sarebbe reale e ideale chiusura della perfetta storia di amore e successo made in Hollywood.

In A Star is Born si piange già nel primo tempo, quando Lady Gaga affronta il palco, intonando Shallow e squarciando il velo che separa le vite ordinarie da quelle straordinarie.

È impossibile non commuoversi quando si assiste alla nascita di una stella, soprattutto quando siamo noi a essere quella stella.

Il film è tutto lì. In quelle mani che coprono il viso inquadrato in primissimo piano, nell’ultimo tentativo di respingere l’ineluttabile – e tanto desiderato- fato.

Piangerete anche quando risentirete la melodia senza vedere le sequenze, perché la musica vi riporterà, come un pugno nello stomaco, l’emozione che avete provato in quell’esatto istante. Quell’istante in cui tutto si compie e il destino arriva prepotente come un’onda che ti sbatte sul fondo, lasciandoti senza respiro e lontano dalle tranquillizzanti acque basse.

Come ci ricorda una strepitosa Lady Gaga nella sua interpretazione perfetta del passaggio da persona comune a celebrity. Un passaggio che viene narrato, anche qui, per sottrazioni, sia estetiche che stilistiche tout court, seguendo il noto percorso fatto dalla Germanotta negli ultimi anni, che acuisce il senso di immedesimazione dello spettatore.

Quando Gaga si convince ad uscire dal backstage e la seguiamo con un primo piano strettissimo, siamo catapultati anche noi su quel palco. E diventiamo anche noi delle talentuose stelle che sapevano di esserlo da sempre e che sono al posto giusto nel momento giusto.

Bradley ha squarciato il velo e ci ha fatto sentire perfettamente cosa vuol dire passare da uno stato all’altro. Un po’ come Salinger e Holden. Un po’ come l’acqua e il ghiaccio.

Si vede che questo a quei tromboni dell’Academy non gli è andato proprio giù.

Loro con il ghiaccio preferiscono la vodka.

Come Kaurismäki.